Mantenere la Memoria Storica: A Gianfranco Bertoli…

«Comunque, in qualsiasi modo io sia destinato a crepare, vorrei lasciarti una… “eredità”: quando sarò morto scrivi qualcosa per spiegare la mia storia e la verità e per sputtanare gli infami».
Gianfranco Bertoli
(Lettera del 30 gennaio 1999 ad Alfredo M. Bonanno)

«C’è un comportamento anarchico che marginalizza, non vuole avere a che fare con i deboli di carne, gli ubriachi, i drogati, chi trascina i piedi perché fatica a stare dritto, chi puzza e straparla perché ha la bava alla bocca. Il senso della schifezza diventa distacco politico, differenziazione, perfino di fronte al potere, fino al menefreghismo per la sorte altrui se non al collaborazionismo indiretto – rifiuto ancora di pensare a rapporti di servizio – e penso invece a quei comunicati stampa firmati da più sigle, compresa la FAI ogni volta che giornalisti o poliziotti urlavano “agli anarchici”. Questo farsi da parte lasciava spazio per colpire meglio gli “anarchici cattivi” e io stesso sono testimone di questa diversità».
Antonio Lombardo 
(Lettera del 21 aprile 1999 ad Alfredo M. Bonanno)

Gianfranco Bertoli e Silvano Pellissero.
Il carosello di invenzioni fantapolitiche relative all’attentato del 1973 davanti alla questura di Milano e nei confronti dell’autore, l’anarchico Gianfranco Bertoli, non ha mai fine.
Periodicamente ogni due anni, come un assurdo revival, qualche imbecille scopre la luna nel pozzo, promette eclatanti rivelazioni, svela trame di inesistenti legami tra Bertoli e i fascisti, poi il tutto si risolve in un nulla di fatto.
Strano destino quello di Gianfranco Bertoli.
Nel 1973 compie un attentato il giorno in cui viene scoperto un busto marmoreo, nei cortili della questura milanese, alla memoria dell’esimio commissario Calabresi, il maggior responsabile dell’assassinio dell’anarchico Giuseppe Pinelli, che nel dicembre del 1969 era stato scaraventato giù del quarto piano della medesima questura. Purtroppo la bomba, lanciata contro un reparto di CC non esplode dove dovrebbe, ma – colpita dal calcio di un carabiniere – cade in mezzo a un gruppo di persone causando alcuni morti e diversi feriti.
Bertoli, subito arrestato, si dichiara anarchico individualista, rivendica le ragioni del suo gesto, se ne assume la piena responsabilità, non compromette nessuno, non chiede la solidarietà di alcuno. Pretende, a ragione, solo di salvaguardare la propria dignità.
La sinistra democratica e antifascista – che solo qualche anno prima, immediatamente dopo la bomba di piazza Fontana, aveva sbraitato contro il mostro Valpreda (fino a quando le responsabilità dei neofascisti diventeranno talmente evidenti da generare un repentino cambiamento di posizioni e Valpreda verrà persino proposto come candidato-protesta nelle liste del “Manifesto”) – anche in quest’occasione non si tira indietro: l’attentato davanti alla questura è deleterio, non politicamente difendibile e soprattutto non ci si guadagnano voti a farlo. Bertoli dunque viene fatto diventare “fascista”: vengono create ad arte inchieste giornalistiche sul suo passato di destra, con tanto di testimonianze inesistenti e di fotomontaggi, si dice persino che era stato visto con degli squadristi veneti attaccare dei picchetti di operai in sciopero.
Gli anarchici, pur essendo concordi nel criticare l’attentato, sulla persona dell’attentatore si dividono in due: fascista per gli uni (FAI e arscinovisti), anarchico per gli altri (GAF e vari gruppi non federati). Su quale elemento, se si escludono le campagne giornalistiche, basino le proprie convinzioni i primi, non ci è dato di sapere. Probabilmente a forza di urlare che le bombe le mettono i fascisti si sono illusi che ogni realtà si muova secondo i loro schemi prestabiliti (anarchico = bravo guaglione, bombarolo = fascista).
Bertoli intanto, condannato all’ergastolo, inizia il suo lungo calvario nelle patrie galere. Comincia ad allacciare relazioni con i libertari detenuti, con i compagni che gli scrivono (pur avendo avuto precedentemente – anche se da lui, per non compromettere nessuno, sempre negati nell’istruttoria – dei rapporti con altri anarchici, essendosi trasferito in Israele, non aveva più avuto contatti) e ad intervenire nei dibattiti sulla stampa anarchica, prima su “A-rivista” e poi, poco a poco, su tante altre testate. Nei suoi scritti analizza onestamente e lucidamente le motivazioni del suo gesto e dei risultati ottenuti. I compagni fanno a gara a scrivergli e ad inviargli somme di denaro, tanto che è costretto a chiedere di rarefare la corrispondenza perché gli risulta gravoso rispondere a tutti e di inviare i soldi ad altri detenuti più bisognosi.
Periodicamente il suo nome viene tirato fuori dai mass-media ad ogni inchiesta sul neofascismo, ma in campo anarchico nessuno ci fa più caso considerando la cosa come prassi della normale manipolazione della verità da sempre operata da giudici e pennivendoli. Dopo più di 20 anni di galera Gianfranco, come tutti i detenuti, gode dei benefici di legge ed esce, prima in semilibertà e poi in libertà vigilata. Alcune sue vicende personali strettamente private determinano la rottura sul piano personale con alcuni compagni che gli erano stati vicini negli anni della galera.
Il suo nome torna alla ribalta nell’inchiesta sulla Gladio con il solito contorno di calunnie. Le smentite da lui inviate ai giornali non vengono pubblicate, gli viene negata la possibilità di difendersi. Gli anarchici ignorano la cosa come se non li riguardasse, ormai l’incanto si è spezzato. Gli stessi che prima si facevano vanto di averlo difeso contro il nauseante conformismo della sinistra ora gli voltano le spalle. La nuova rivista anarchica, che si propone come la continuazione ideale di “Volontà”, testata storica del movimento anarchico italiano, “Libertaria”, pubblica nel primo numero (ottobre/dicembre 1999) un’intervista ad un giudice (sembra un assurdo ma è proprio così) in cui si ipotizza il ruolo di Bertoli all’interno della strategia portata avanti dai gruppi neofascisti in Italia.
Questa è una storia iniziata circa trent’anni fa. Ma la storia, come diceva un filosofo, ha i suoi corsi e ricorsi.
Nel marzo del 1998 sono arrestati a Torino, nel corso dell’inchiesta sugli attentati contro il TAV in Val Susa, tre anarchici. Due di loro, Edoardo Massari (Baleno) e Maria Soledad Rosas, moriranno suicidi in carcere, il terzo, Silvano Pellissero, siede sul banco degli imputati e rischia – grazie alla montatura del duo PM Laudi-Tatangelo – 7 anni di reclusione. I giornali democratici e “di sinistra” intraprendono un’infamante campagna nei suoi confronti dipingendolo ora come provocatore, ora come confidente dei carabinieri, ora come uomo dei servizi segreti, ora come fascista, ora come leghista. Si scrive che era stato fermato mentre affiggeva manifesti di AN, che andava alle riunioni della Lega Nord, che era abbonato a riviste naziste, che aveva letto e sottolineato il Mein Kampf (come se gli anarchici dovessero leggere solo Bakunin). Pellissero è conosciuto da tempo nell’ambiente dei posti occupati anarchici torinesi, si proclama innocente, dichiara pubblicamente in un’aula di tribunale il suo anarchismo, respinge di aver mai avuto alcun contatto con la destra o con la Lega. Ma i compagni non sentono la sua voce. I giornali del movimento a tiratura nazionale (“Umanità Nova”, settimanale della FAI e “A-rivista anarchica”) tacciono, ignorano persino il fatto che un anarchico sta per essere condannato sulla base di prove inesistenti. Solo pochi generosi si fanno carico della sua difesa (“Anarchia”, giornale milanese, “Germinal” organo del Triveneto e “Sicilia Libertaria”). La calunnia ha sortito il suo effetto, Laudi e Tatangelo non possono che essere soddisfatti: una parte del movimento anarchico non ha accettato la loro sfida e si è ritirata nel proprio orticello senza colpo ferire.
Difendere le persone di Gianfranco Bertoli e Silvano Pellissero non è solo un dovere di solidarietà, significa ridare dignità all’anarchismo, riportarlo nel giusto posto che gli compete: il terreno della rivolta contro ogni potere e contro ogni istituzione.

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