Contributo dell’anarchico Marco Bisesti per una assemblea anticarceraria tenutasi a Bologna il 9 giugno.

Ciao a tutti.
Ho ricevuto il resoconto dell’assemblea del 5 maggio sulle operazioni repressive contro gli
anarchici e sui prigionieri. Ritengo gli incontri tra compagni un utile occasione per confrontarsi su
ciò che avviene.
Un’analisi della repressione deve tener conto di vari fattori. La repressione, e con essa il carcere,
non è mai del tutto preventiva, non è mai arbitraria, fintanto che l’anarchia resterà cosa viva. La mia
non vuole essere vuota retorica. Intendo dire che il carcere va visto come prevenzione, ma anche
come “cura”. Gridare ad un suo ingiustificato inasprimento vista la mancanza di una reale
emergenza è riduttivo, se non falso. Lo stato ha più memoria di molti tra coloro i quali hanno scelto
di combatterlo. Il suo lato preventivo esiste. Poggia su questa memoria e ragiona con lungimiranza.
Per questo la prevenzione è cosa ben distinta dall’arbitrarietà. Lo Stato si aggiorna, mentre dalla
nostra parte ci si interroga sui motivi di cotanto affanno.
Facendo uno sforzo di memoria anche dalla nostra parte, si ha la fortuna di vedere che il movimento
anarchico è l’unica realtà rivoluzionaria a dare segni di vita. Ecco allora che di preventivo c’è ben
poco. Non è un caso che siano gli anarchici a finire in galera. Non è un caso che piovano inchieste,
anni di galera e restrizioni.
Se non si ha più il coraggio di dire che il carcere è anche la cura di qualcosa di già successo, di
reale, non mera prevenzione di qualcosa in la da venire, allora si è già sfiduciati in partenza. Si
vedrà questo solo come il luogo dell’arbitrio, quando invece è un luogo che osserva, studia e decide
di conseguenza. Questo mio approccio all’ambiente in cui mi trovo, è lo stesso che mi permette di
svegliarmi ogni giorno con il sorriso, perché so che ci sono sempre degli ottimi motivi per cui ci si
può finire in galera.
Con lo stesso buon umore non mi sento di vedere la recente condanna del tribunale di Torino come
un semplice colpire tra i legami tra imputati.
Ovvio che su questo si è fatto leva sin dall’inizio, dalle indagini agli arresti, al dibattimento, tutti
caratterizzati da un interesse maniacale alla quotidianità di ognuno.
Ma a venire colpite non sono le amicizie, bensì dei compagni di idea.
Una lettura meno emotiva della sentenza individua in questa la volontà di chiudere alcuni conti.
Lo Stato non dimentica, come dicevo. La sua è la logica della vendetta. Il vero monito è contro
l’anarchismo d’azione. Cercarne di differenti significa rimanere incastrati e disorientati nel solco
tracciato dagli inquirenti.
Un discorso simile lo faccio per quanto riguarda le inchieste in genere.
Queste si innestano sulla rete di relazioni, di interessi, di dibattito e solidarietà. Le inchieste
sfruttano questa traccia, ma con il chiaro intento di arrivare a condannare ben altro. Fare di questa
traccia l’anima del discorso di supporto a chi è colpito dalla repressione ci distoglie dai reali intenti
delle procure. Il rischio concreto è che si finisca a parlare di criminalizzazione. Distinguere le
formalità tipiche della prassi della magistratura dalla necessità che ha lo Stato di condannare le
pratiche anarchiche basta sgombrare il campo dallo sconcerto che può derivare dagli infausti esiti
della pantomima processuale.
Le procure si coordinano sempre più. Ci sono schemi, procedimenti e definizioni che vengono
riciclate da un inchiesta ad un’altra, in un imbecille tentativo di creare un blocco compatto della
repressione forte della sua linea scientifica e schematica. Questo non può spaventarci. Al contrario.
Dalla nostra abbiamo il vantaggio dell’asimmetria, l’imprevedibilità, l’informalità.
Il tentativo delle procure di non calpestarsi i piedi a vicenda è un colabrodo. Entra continuamente in
conflitto con se stesso perché deve vedersela con un‘anarchia non catalogabile né calcolabile.
Ma se si vedono le singole inchieste come espressioni di un’ eccezionalità, di una criminalizzazione
delle lotte, di uno stato di guerra, si sta confessando implicitamente di non essersi resi conto d’aver
mai lanciato alcuna sfida.
E così facendo lo Stato sarà sempre un passo avanti ai suoi avversari. Più inviperito di chi lo ha in
odio. A questo punto sì, che gli regaleremmo il lusso di essere solo preventivo. Invece lottare è
sempre possibile. La sfida può essere lanciata anche nei contesti a noi più sfavorevoli. Ne è la prova
lo sciopero che partirà in questi giorni contro l’AS2 de L’Aquila. Un a sfida che è anche fiducia
nella forza dell’intero movimento anarchico.
Come dicevo a inizio lettera, ritengo le assemblee un efficace punto di incontro e confronto. Ma
bisogna anche uscire dalle assemblee. Ho sempre i miei timori quando le vedo prendere delle forme
stabili.
Una critica agli interessi settoriali la mia. E’ pur vero che in tempi di emergenza le assemblee sono
un ottimo modo per vedersi in faccia e fare valutazioni. E quello attuale è indubbiamente un periodo
caratterizzato da repentini cambi dettati dall’accavallamento di differenti operazioni repressive. In
questo scenario è vitale non fare delle assemblee uno strumento energivoro; tanto se la frequenza
degli arresti resta questa le assemblee prolificheranno da questa parte del muro. E’ importante
restare ottimisti nella vita!
Non so cosa ci riservino le prossime settimane. Allo sciopero della fame si stanno unendo anche
altri prigionieri anarchici. C’è il supporto dei compagni fuori le mura. Quello che so, e che tutto
questo mi trasmette, è che il movimento anarchico è ancora vivo. La solidarietà non è solo un volto
presentabile poggiato sul ceppo in attesa del boia, metafora di un’anarchia inoffensiva sublimata a
vittima sacrificale. E’ coscienza di esser forti!Di fare delle scelte, anche se difficili. Di portarle
avanti, sempre e comunque. Nonostante le conseguenze.
Per l’anarchia.
Marco

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