Apologia di Émile Henry

«Io ho portato nella lotta un odio profondo, ravvivato ogni giorno dallo spettacolo nauseante di questa società 
in cui tutto è basso, in cui tutto è di ostacolo all’espansione delle passioni umane, 
alle tendenze generose del cuore, al libero slancio del pensiero. 
Io ho voluto colpire tanto più forte e più giusto che ho potuto»
 
Émile Henry, considerato il più terribile degli anarchici dinamitardi francesi, autore dell’attentato in rue des Bons-Enfants (sei morti, quasi tutti poliziotti) e di quello al Café Terminus di Parigi (una ventina di feriti, uno dei quali poi deceduto), salì sul patibolo il 21 maggio 1894. Coup pour coup, il primo libro a tracciare la sua breve vita ed i fatti che lo videro protagonista, è stato pubblicato in Francia per la prima volta nel febbraio 1977. Nel mezzo, lunghi decenni di imbarazzo e di rimozione da parte dei tenutari del movimento rivoluzionario, perennemente ossequiosi nei confronti della politica ed ossessionati dalla ricerca del consenso. Intere generazioni di militanti, pettoruti leaderini o umili gregari, timorosi di attirare su di sé l’attenzione della repressione e vogliosi solo di marciare al passo delle masse, hanno amputato la testa ardente di Henry meglio di quanto aveva fatto la ghigliottina di Deibler.
Per rendersene conto basterebbe dare una scorsa ai titoli presenti all’Istituto di Storia Sociale di Amsterdam. Dando per buona la completezza dei suoi archivi, le parole pronunciate da Henry nell’aula del tribunale vennero stampate sotto forma di opuscolo a Bruxelles nel 1894 e ripubblicate una sola volta, quasi venti anni dopo. Dopo di che, l’oblio. Per lungo tempo il nome di Émile Henry è pressoché sparito dalla memoria attiva dei nemici di questo mondo (ricordato con affetto da singoli compagni, evocato ed esorcizzato per mestiere da rinomati storici), sepolto dalle contumelie dei suoi numerosi critici. All’epoca, perfino chi aveva difeso Ravachol inorridì di fronte all’anarchico che aveva avuto l’ardire di scagliare una bomba fra i clienti di un Café. L’Elisée Reclus che il 28 giugno 1892 scriveva al giornale anarchico italiano Sempre Avanti che «lungi dal gettare l’anatema su Ravachol, ammiro al contrario il suo coraggio, la sua bontà, la sua grandezza d’animo», quasi un paio d’anni dopo non esiterà a lanciare l’anatema su Henry decretando che «i veri compagni considerano come crimini tutti gli attentati tipo quello del Terminus» (imparata la lezione, nel 1899 Reclus provvederà ad epurare la nuova edizione di L’Umanisphère di Déjacque dalle furibonde note intitolate Les Extrêmes). L’Octave Mirbeau che sulle pagine di L’Endehors dell’1 maggio 1892 osservava che «La società avrebbe torto a lamentarsi. Essa sola ha generato Ravachol. Ha seminato la miseria: raccoglie la rivolta. È giusto», quasi due anni dopo si affretterà a precisare: «un nemico mortale dell’anarchia non avrebbe agito meglio di questo Émile Henry» — lo stesso Émile Henry che per un periodo aveva gestito proprio L’Endehors
Un falso compagno, dunque, un nemico mortale dell’anarchia. Con simili premesse, non meraviglia che gli storici di movimento abbiano liquidato il suo gesto come se si fosse trattato dell’«ultimo sfogo di febbre di una malattia infantile» (Jean Maitron) o di una «deviazione episodica e sterilizzante dell’anarchismo» (Daniel Guérin), fortunatamente superata a vantaggio della salute senile della militanza che, dopo aver imboccato la retta via di un secolare rivendicazionismo operaio, ha dato vita a… a… a… 
 
 
«Tra la beatitudine dell’incoscienza e l’infelicità di sapere, io ho scelto»
 
Ripudiato dagli assennati strateghi della rivoluzione, non di rado Émile Henry è stato viceversa ammirato dagli artisti più sovversivi, quelli per cui lo scopo della rivolta è una vita da riappassionare più che un programma da realizzare. La ricerca dell’assoluto, del meraviglioso, dell’ignoto, è una scommessa individuale che non può sottomettersi ai mediocri canoni dell’efficienza collettiva. Inutile però nascondere che il lirismo anche più incendiario solitamente non desta i sospetti dei procuratori e gode di una certa tolleranza. I magistrati sanno bene che i poeti sognano molto, ma raramente agiscono.
Ad ogni modo, all’indomani del suo arresto, mentre si scatenava una furiosa reazione contro gli anarchici, gli ambienti simbolisti ebbero nei confronti di Henry parole di comprensione. Sulla rivista considerata l’organo della letteratura anarchica, Henri Ribeyre (uno pseudonimo?) scrisse un articolo in cui dietro una riprovazione di facciata presentava una vera e propria giustificazione dell’attentato. Avendo trovato «qualche ragione di difendere quel povero squilibrato di Émile Henry», Ribeyre si autoproclamava «suo avvocato, non suo apologeta. Ho difatti la stessa ragione ad astenermi dal farne l’elogio che a rifiutarmi di insultarlo: non lo conosco. E del resto la sua azione è particolarmente disumana. Ma io dico che non si può trattare come un bandito da strada un uomo le cui motivazioni non sono quelle di un assassino. Nel suo gesto vi è dell’illuminismo e del cinismo finché si vuole: non vi è ombra di volgarità. Anche solo per questo, è degno di interesse» (Revue Blanche, n. 29, marzo 1894). Torneremo poi sulle considerazioni di Ribeyre.
Questo numero della celebre rivista simbolista, uscito alcune settimane dopo l’attentato, si concludeva con delle sibilline «Note di febbraio» — nemmeno riportate in sommario, quasi a renderle più invisibili — che costituiscono il primo contributo (anonimo) di Felix Féneon alla pubblicazione. Considerato che Féneon era amico di Henry nonché redattore di L’Endehors dopo la fuga all’estero del suo fondatore Zo d’Axa, e considerato che probabilmente fu proprio lui a far saltare in aria il ristorante Foyot solo due mesi dopo l’attentato al Terminus, vale la pena qui ricordare alcuni suoi fulminanti pensieri: «Le scienze sociali sono: la filosofia, la sociologia, l’economia politica e la chimica»; «Il primo gennaio e il Martedì grasso le “persone oneste” hanno avuto il loro regalo; siamo curiosi di sapere quali saranno le loro uova di Pasqua. Anche il giorno dei Morti è un giorno festivo»; «Loro hanno voluto fare un esempio; Lui lo ha dato»; «“Basta parole, azioni”: non trovate che questo vecchio detto abbia assunto un nuovo significato?»; «Col pretesto dell’anarchia fioriscono le persecuzioni; in autunno matureranno i frutti». Righe vergate con un certo tatto — niente a che vedere con la bava alla bocca di Reclus e di Mirbeau.
Anche nei decenni successivi gli artisti sovversivi che simpatizzavano con Henry si guarderanno bene dall’associare il proprio nome a quello del dinamitardo anarchico. Ma, dato che al momento del suo arresto aveva dichiarato di chiamarsi André Breton, è ovvio che il leader del surrealismo non poteva rimanere indifferente di fronte ad una di quelle coincidenze con cui la storia non finirà mai di stupire. Secondo Marguerite Bonnet, curatrice delle opere complete di Breton per la Pleiade, «una sorta di lento transfert, di natura quasi onirica, percorrendo le zone più misteriose della sensibilità, avrebbe così predisposto [Breton] alla fugace tentazione di identificarsi con l’angelo sterminatore dell’anarchia» (André Breton, naissance du surréalisme, 1975). Transfert che, a detta di questa come di altri studiosi suoi colleghi, avrebbe ispirato la famigerata frase contenuta nel Manifesto del Surrealismo del 1924: «l’atto surrealista più semplice consiste, revolver alla mano, nello scendere in strada e sparare a caso, finché si può, sulla folla». A parte il fatto che non tutti i bretonologi sono concordi nell’identificare in Henry il segreto ispiratore del casuale tiro a segno surrealista (Henri Béhar ad esempio vi vede molto di più l’influenza di Vaché), è impresa ardua stabilire a chi attribuire il confusionismo sottinteso in una ipotetica ispirazione di tal fatta: è l’autore di quelle righe a non aver capito nulla, oppure i suoi esegeti? Quale sarebbe il legame fra l’azione di Henry e l’immaginazione di Breton? Colpire i borghesi nel mucchio non significa sparare a caso sulla folla. Inoltre non ci sembra proprio che il nome dell’esplosivo collaboratore di L’Endehors sia mai comparso nei testi dell’animatore di La Rèvolution Surrèaliste, la cui ignoranza del giornale di Zo d’Axa costituisce per altro un buco nero notevole (se si pensa alla venerazione che Breton aveva per Saint-Pol Roux o alla stima che provava per Féneon o per Darien, tutti collaboratori di L’Endehors, e al fatto che certe iniziative di Zo d’Axa anticiparono di trent’anni le provocazioni dada). Quanto al leader di un’altra avanguardia storica, il situazionista Guy Debord — che da giovane lettrista non aveva dubbi: «Ciò che manca a questi signori, è il Terrore» — non esitò a rendere omaggio solo alla prima esplosione provocata da Émile Henry (omaggio che per altro venne firmato col nome di un altro anarchico del passato relegato nell’oblio, Raymond Callemin), ma fu assai più riluttante a farlo con quella che seminò il panico fra i tavolini del Terminus.
Tenuto conto di tutto ciò, si capisce bene come mai Coup pour coup sia stato pubblicato dalle assai poco militanti Edizioni Plasma (fondate da Pierre Drachline, sulfureo scrittore secondo cui «la parola deve essere terrorista»), a cura di Roger Langlais (pittore, compagno di strada del surrealista dissidente Louis Janover e fratello di Gaëtan Langlais, a sua volta lettrista, amico di situazionisti nonché collaboratore di Janover), con una introduzione del poeta libertario André Laude. Qui, come si vede, si è al crocicchio fra pensiero anarchico, poesia surrealista e teoria situazionista. 
 
 
«Quanti esseri hanno attraversato la vita senza mai svegliarsi! 
E quanti altri si sono accorti che stavano vivendo solo per il monotono tic-tac degli orologi!»
 
E gli anarchici non finti, quelli seri, quelli impegnati politicamente, quelli immuni da ogni estetismo, quelli fedeli alla tradizione ideologica, quelli a denominazione d’origine controllata, quelli che adorano spulciare le barbe bianche dei loro antenati? Bisognerà attendere il 2007 perché le Editions Libertaires pubblichino Émile Henry, de la propagande par le fait au terrorisme anarchiste, prima biografia del dinamitardo, scritta da Walter Badier. Opera invero imbarazzante, a cominciare dal titolo, che fa cadere Henry dritto nelle mani della storiografia accademica moderna. Badier non è certo un anarchico interessato ad esplorare i sentieri percorsi da chi lo ha preceduto nell’amore per un mondo senza potere, né a cercare nel passato suggerimenti su come affrontare nel presente le questioni poste dalla rivolta contro l’ordine sociale; è solo un professore a caccia di un argomento originale su cui poter scrivere una tesi di storia. Lo afferma lui stesso, precisando di essere «arrivato ad Émile Henry quasi per caso… È con sorpresa (e con gioia) che ho constatato che nessuna ricerca storica approfondita gli era stata dedicata. Ciò mi ha colpito tanto più che esistevano biografie di Ravachol e di Léauthier e che un seminario era stato dedicato all’assassinio di Carnot ad opera di Caserio. Avevo quindi il mio soggetto!». Con la sua tesi, i benemeriti editori libertari hanno avuto infine la loro brava biografia di Henry da pubblicare! Una biografia presentabile, pacata, che non correva il rischio di eccitare le teste calde in circolazione. La montagna di documentazione raccolta da Badier, dopo essere passata al vaglio della logica accademica, ha infatti partorito il topolino delle più trite insulsaggini. Henry vi viene presentato nelle vesti di un borghese declassato (come i tanti anarchici di origine borghese, i quali preferivano tuttavia considerarsi disertori della borghesia, essendo la loro una scelta volontaria, non una condizione intervenuta e subita), un marginale (come tutti gli anarchici che hanno scelto di non prendere posto in questo mondo, e che perciò hanno vissuto e vivono en dehors), arrivato all’anarchismo sulla scia di una delusione amorosa (ci mancava solo la psicologia d’accatto! la stessa che ha attribuito il pensiero di Bakunin alla mancanza di Viagra nelle farmacie dell’800, o quello di Marx ai suoi disturbi gastro-intestinali), un fanatico (tipico termine con cui gli eterni indecisi dal cuore di coniglio descrivono chi è determinato), un cinico che giustificò il proprio gesto come una forma di punizione nei confronti di un popolo passivo ed inerte (ah! sicché era il rinomato Monsieur Peuple l’abituale cliente del Terminus?). Sembra di risentire il ritornello già citato di Reclus e Mirbeau, corretto dal riconoscimento delle intenzioni di lotta di Henry, condito con quella definizione — «il Saint Just dell’anarchia» — che poteva essere coniata solo da un Clemenceau (ed oggi ripresa da ben altri personaggi).
Due anni dopo, nel 2009, la vita di Émile Henry attirerà l’attenzione di John Merriman. Dalla stupidità di un giovane cattedratico francese si passa a quella di un anziano cattedratico statunitense. Nel suo Dynamite Club – L’invention du terrorisme à Paris (sic!) l’attentato al Café Terminus viene definito «un momento cruciale della storia moderna. È il giorno in cui le persone comuni sono diventate il bersaglio dei terroristi», ed il suo autore descritto come la vittima di un triplice determinismo — giovane borghese; fratello minore di un oratore anarchico; innamorato dal cuore spezzato —: era fatale che diventasse un attentatore. Per Merriman, come per Badier, l’anarchismo, l’odio per ogni autorità, l’amore per la libertà, la conseguente lotta contro il potere, i metodi con cui portarla avanti, la rivoluzione… tutto ciò semplicemente non esiste, non è mai esistito, essendo per loro qualcosa di assolutamente inconcepibile. 
È significativo che tutti i critici di Henry si ostinino a ricordarne l’estrema sensibilità ed il carattere solitario, scorgendo in questi tratti i segni premonitori del suo furore. Intendono dire che, per evitare di cadere nel «terrorismo», bisogna essere insensibili uomini-massa, privi di una propria coscienza, anestetizzati nella rassegnazione della servitù volontaria? A leggere i signori storici, c’è da crederlo. «È verosimile che Émile Henry non abbia trovato altra soluzione alla sua disperazione sociale che il terrorismo», sospirava un Jean Maitron che aveva trovato la propria soluzione di inserimento sociale nell’accademia. Mentre Walter Badier non si capacita del fatto che Henry abbia scelto di utilizzare la violenza, sebbene «le sue qualità intellettuali gli avrebbero probabilmente permesso di servire in altro modo la causa anarchica». Come a dire che solo il grezzo Ravachol o l’orfano Vaillant potevano cedere alla tentazione di lanciare bombe, non certo un ragazzo colto destinato a una brillante carriera. Che questa esilarante difesa della specializzazione — agli intellettuali la vita nella propaganda del Verbo, ai villici la morte in quella del Fatto — possa adagiarsi nella testa molle di uno storico, è quasi una ovvietà; ma che possa venire apprezzata da un sovversivo… 
Nel ricordare tra gli altri Paolo Schicchi — anarchico siciliano di origine borghese e dalla conoscenza sconfinata, autore di numerose opere anche di carattere storico e conferenziere instancabile — che compì il suo primo attentato il 29 aprile 1891, ci ronza in mente una domanda: ma davvero Badier non ha mai sentito parlare di coerenza fra idea ed azione? Sa che a Bakunin e a Kropotkin l’origine aristocratica non ha impedito loro di gettarsi nella tempesta rivoluzionaria scontando anni di carcere? Non ha mai sentito parlare di Cafiero o di Covelli, anarchici italiani nati ricchissimi e che hanno dato tutto il loro patrimonio alla causa, finendo il primo a sturare i cessi ed il secondo a vendere le proprie camicie pur di sopravvivere, morti entrambi in manicomio? La bella anarchia seduce i suoi innamorati senza guardare se siano nati in un lussuoso palazzo o in un sudicio tugurio. Ed amarla fino in fondo è questione di carattere e di coscienza individuale.
Così, dopo un oblio pluridecennale di parte “militante”, ecco l’opera di Henry venire adesso portata alla ribalta ed annientata dalla canea universitaria, a cui si è di recente aggiunta quella giornalistica che vorrebbe vedere nell’anarchico francese un precursore degli odierni jihadisti. Così abbiamo deciso di dare in ristampa Coup pour coup, anche per offrire ai lettori un salvagente affinché non anneghino nell’oceano del chiacchiericcio moderno. Ma poiché temiamo che ciò non basti, tentiamo qui di ripercorrere la strada già intrapresa da Ribeyre, pur con una variante.
Non saremo prudenti avvocati di Émile Henry, ci faremo suoi aperti apologeti. In faccia a tutti i suoi detrattori.
 
 
«Quando un uomo, nella società attuale, diventa un ribelle cosciente della propria azione… 
è perché ha fatto nel suo cervello un lavoro di analisi doloroso le cui conclusioni sono imperative 
e non possono essere eluse se non per vigliaccheria. Lui solo tiene la bilancia, 
lui solo è giudice della ragione o del torto di odiare e di essere selvaggio, “persino feroce”»
 
Cominciamo con lo sgombrare il campo da un equivoco che infesta l’aria da troppo tempo: il «terrorismo anarchico» non esiste. Una simile definizione è un ossimoro, una contraddizione in termini. È vero che dalla fine dell’Ottocento fino ai primi decenni del secolo scorso la parola «terrorismo» veniva comunemente intesa come sinonimo di violenza rivoluzionaria, e per questo si poteva leggere anche negli scritti di alcuni anarchici (da Sergej Stepniak-Kravčinskij a Renzo Novatore, passando per Albert Libertad), ma è anche vero che successivamente il suo uso è stato criticato ed abbandonato da chi si è reso conto della trappola logica che nasconde. Nel corso degli anni è diventato chiaro che «terrorismo» può solo indicare l’uso indiscriminato della violenza per scopi politici, ovvero per la conquista o il mantenimento del potere. La violenza degli anarchici, non colpendo in maniera indiscriminata e non cercando di ottenere ed esercitare alcuna autorità, non è mai terrorismo. Con ciò non si vuole dire che non possa assumere forme anche feroci, ma che in qualsiasi caso essa non presenta le caratteristiche del terrorismo. Chi insiste ad usare questo termine come sinonimo di lotta rivoluzionaria violenta non fa altro che usare la lingua di legno del potere (esattamente come farebbe chi, basandosi sulla terminologia in auge nel lontano passato, si mettesse a sbandierare l’esistenza di un altro perfetto ossimoro quale il «partito anarchico»). Anche qualora ciò avvenisse solo per abitudine o per dabbenaggine, il risultato resterebbe quello di alimentare un confusionismo che è urgente invece dipanare.
Terrorista è lo Stato che bombarda popolazioni, o il fascista che fa saltare sale d’attesa di stazioni ferroviarie, o il jihadista che attacca areoporti o metropolitane. Terrorista è chi massacra alla cieca con fini di potere. Non è ciò che fece Henry, non è questa la motivazione che spinse Henry. Egli aveva deciso sì di compiere una strage, ma una strage di borghesi allo scopo di vendicare Vaillant e tutti coloro che cadevano sotto i colpi della repressione. Bisogna proprio essere dei decerebrati interessati per pretendere di giudicare il passato con gli striminziti codici del presente. A meno di fare della storia un insieme piatto di dati interscambiabili, il Terminus del 1894 non è paragonabile al Bataclan del 2015. Non era un luogo di ritrovo per giovani di tutte le classi e di tutte le razze, e non era nemmeno un’osteria popolare, un locale frequentato da proletari, disoccupati o appartenenti alle classi pericolose. In un’epoca segnata da una spaccatura di classe profonda e netta, una distinzione palpabile nella carne e sotto gli occhi di tutti, negli spazi fisici come nel linguaggio — senza confronto con l’opacità moderna, dove spiccano solo le due estremità della scala sociale — quel Café era un luogo riservato ad un certo pubblico, faceva parte del Grand Hôtel Terminus che si trovava giusto a fianco della stazione Saint-Lazare (oggi fa parte dell’Hilton Hôtel Opéra, le cui camere vengono concesse a chi può permettersi di spendere dai 219 ai 461 euro a notte), inaugurato cinque anni prima allo scopo di accogliere e spennare i viaggiatori britannici che arrivavano per visitare la Mostra Universale che si tenne in quell’anno. Difficilmente un proletario vi avrebbe mai potuto mettere piede. Era questo che intendeva Henry quando, al presidente del tribunale che lo accusava di essere l’assassino di tanti innocenti, precisò: «Di tanti borghesi, e badate bene, di borghesi innocenti non ve ne sono, comunque vi piaccia qualificarli».
Davanti ad una borghesia che in quegli anni, attraverso la forza armata dello Stato, massacrava operai e sterminava sovversivi senza distinzione alcuna, senza mostrare nei loro confronti alcuna pietà, Henry reagì colpendo nel mucchio la borghesia, senza distinzioni e senza pietà, portando la guerra sociale in uno dei luoghi dove quella classe era solita ritrovarsi per godere dei propri privilegi. E, contrariamente a quanto molti pensano, egli non fu il primo anarchico a compiere un simile atto qui in Europa. Prima di lui si può ricordare Santiago Salvador Franch, il quale il 7 novembre 1893 — solo tre mesi prima dell’attentato al Terminus — lanciò due bombe (di cui una sola esplose) sulla platea del Gran Teatro del Liceo di Barcellona, provocando ben 22 morti e 35 feriti. Quella sera, in occasione dell’apertura della stagione invernale, sul palcoscenico si rappresentava il Guglielmo Tell di Gioacchino Rossini ed il teatro era strapieno del suo pubblico abituale: la borghesia catalana. Riuscito a fuggire, Santiago Salvador venne arrestato il 2 gennaio 1894 e processato nel luglio successivo. La notizia del suo arresto comparve sulle pagine di molti quotidiani francesi, ed è difficile pensare che fosse sfuggita ad Henry.
Gli amanti della più dozzinale psicologia comportamentale potranno provare un certo sollievo nell’apprendere che Salvador non era un fine intellettuale, era di origini contadine e pare che vivesse di contrabbando. Purtroppo per loro, egli non era tuttavia un individualista che disprezzava le masse. In tribunale argomentò: «Il mio desiderio era quello di distruggere la società borghese, a cui l’anarchismo ha dichiarato guerra aperta; mi proponevo di attaccare l’attuale organizzazione della società per instaurare il comunismo anarchico. Non mi proponevo di uccidere determinate persone. Mi era indifferente uccidere l’una o l’altra. Il mio desiderio era di seminare il terrore e lo spavento». Fatto significativo, anche Salvador disse di aver compiuto l’attentato per vendicare la morte di un anarchico, il suo amico Paulino Pallás fucilato un mese prima — il 6 ottobre 1893 — per aver tentato di uccidere il governatore militare della Catalogna, generale Arsenio Martinez Campos, durante una parata militare (alcuni storici attribuiscono a Pallás anche l’attentato compiuto contro il Teatro de Alcántara di Rio de Janeiro, avvenuto l’1 maggio 1891). Santiago Salvador fu condannato a morte e venne garrotato il 21 novembre 1894. Sei mesi prima, il 21 maggio, lo stesso giorno dell’esecuzione di Henry, vennero fucilati alcuni anarchici spagnoli ritenuti complici di Pallás.
 
 
«Più amiamo la libertà e l’uguaglianza, più dobbiamo odiare quanto si oppone alla libertà e all’uguaglianza degli uomini. 
Così, senza perderci nel misticismo, poniamo il problema sul terreno della realtà, e diciamo: 
È vero che gli uomini sono solo il prodotto delle istituzioni; ma queste istituzioni sono cose astratte 
che esistono solo in quanto vi sono uomini in carne ed ossa a rappresentarle. 
C’è quindi un solo mezzo per colpire le istituzioni: colpire gli uomini»
 
E tutto ciò, cosa sarebbe? Cinismo? Follia? Crudeltà? Nossignore, è guerra, guerra sociale, ben diversa da una guerra civile ricca solo di regolamenti di conti personali. La borghesia parigina presa di mira da Henry era la stessa che, all’indomani della sconfitta della Comune, era scesa per le strade ad insultare i prigionieri, ad umiliarli, ad invocarne l’immediata fucilazione, a bucare gli occhi dei cadaveri dei comunardi con la punta degli ombrelli. Figlio di un comunardo costretto all’esilio, Henry conosceva perfettamente la spietatezza di questa classe. E ci si stupisce se, anziché mettersi al suo servizio come ingegnere, egli abbia deciso di combatterla a morte? E ci si stupisce se, anziché soppesare le singole responsabilità degli appartenenti al Partito dell’Ordine, abbia deciso di colpirli nel loro insieme? Perfino il letterato Ribeyre, in quell’articolo sulla Revue Blanche, riesce a cogliere questo aspetto: «È giunto il tempo in cui i figli dei “comunardi” del 1871 entrino nell’età adulta. Con quale disposizione d’animo? Lo si può prevedere, dato che bisognerebbe che molte cose fossero diverse perché essi non abbiano nel cuore un odio vivo… Nel modo in cui le classi borghesi, o anche rurali, parlano della Comune vi è una offesa continuamente rinnovata verso i fucilati, colpevoli o meno, del 1871. I loro figli sono cresciuti necessariamente con l’idea di essere dei paria. Se hanno qualche energia o un temperamento triste, se delle madri a loro modo pie hanno raccontato loro la storia paterna, non può che coglierli l’idea della vendetta, della propria revanche. Diventati uomini, la realizzeranno.
E supponete che un esempio recente abbia infiammato l’immaginazione di un simile uomo già ossessionata da ricordi sanguinosi. Afferrerà il primo ordigno che capita, andrà nel primo posto che capita, ad uccidere i primi borghesi che capitano… Del resto, poco importa il genere di persone colpite. L’antisemitismo popolare avrebbe provato magari una maggiore soddisfazione se avesse colpito l’albergo di Rothschild. Lui, il criminale, si è detto che i piccoli impiegati di commercio e i modesti bottegai, purché di opinioni borghesi, sono difensori dell’ordine attuale tanto quanto lo stesso Rothschild. Per lui sono anche più pericolosi; perché, più ciechi, costituiscono un supplemento di numero. Se capita loro una disgrazia meritano la pietà che merita Rothschild, non di più perché, moralmente, non sono migliori di lui… Egli sa, con l’esperienza della sua gioventù, che all’occorrenza quelle piccole persone sono implacabili, e che fra le fedi ve ne sono di feroci. È certamente barbaro punirli nella maniera tentata da Émile Henry. Ma questa punizione, bisogna rammentare che il padre di Émile Henry l’ha subita in altri tempi. Il primo grido della madre, nell’apprendere del suo crimine, è stato: “Ha vendicato suo padre!”».
Il sangue di ventimila comunardi trucidati solo ventitré anni prima, il sangue di innumerevoli operai vittime quotidianamente del lavoro o abbattuti dalle forze dell’ordine, il sangue dei suoi compagni anarchici ghigliottinati, tutto il mare di sangue in cui affondano le mani di quella classe borghese che prima applaude i massacratori ai suoi ordini e poi pensa di aver il diritto di ruttare in pace, con Émile Henry ha trovato la sua vendetta. Colpo su colpo. Sono davvero patetici quei servitori del vecchio mondo che lo chiamano «mostro morale», loro che scattano sull’attenti davanti ai soldati che si distinguono nello sterminio di civili inermi — da Fourmies a Falluja. Sono davvero cialtroni quegli studiosi che si interrogano sulle motivazioni che possono aver spinto un anarchico intelligente e sensibile, prima a sottrarsi al servizio militare per non diventare un assassino di proletari, poi a compiere furti per non venire sfruttato da un padrone, infine ad attaccare a mano armata quel potere che ogni giorno sfrutta, umilia, opprime, devasta, tortura, imprigiona, uccide. Tutta questa bella gente è talmente compiaciuta del proprio ruolo sociale, talmente soddisfatta di vivere nel miserabile mondo dell’autorità e dell’obbedienza, da rimanere sbigottita di fronte ai ribelli che lo abbandonano, lo sfidano e lo combattono con vigore. 
Già, perché un Émile Henry ha colpito la borghesia? In fondo avrebbe potuto farne parte, non era un misero sottoproletario. Sarà perché non aveva una ragazza. Perché un John Brown attaccava i proprietari di schiavi? In fondo anche lui era bianco, non correva il rischio di finire in catene. Sarà perché era un invasato religioso. Perché un Marinus Van der Lubbe incendiò il Reichstag dopo l’ascesa al potere di Hitler? In fondo era olandese, non aveva motivo di interessarsi alla sorte dei tedeschi. Sarà perché era mezzo cieco, forse omosessuale, magari manipolato. È questo il genere di domande e di risposte partorite dai cattedratici, i quali conoscono solo l’etica (del lavoro) e la volontà (di fare carriera) al servizio dello Stato.
 
 
«Che dire di quei rivoluzionari che sono solo dei vili ragionatori e che riflettono quando invece bisogna colpire? 
La sfera delle idee generali ha rimpiazzato in loro il mondo della contemplazione»
 
Ecco che ci ronza in mente ancora la stessa domanda: e gli anarchici non finti, seri, impegnati politicamente, immuni da ogni estetismo, fedeli alla tradizione ideologica, a denominazione di origina controllata, che adorano spulciare le barbe bianche dei loro antenati? Oh, quelli… quelli non lo sopportano proprio Henry. Possono tollerare a malapena un Ravachol (la cui santificazione non fu certo proposta da loro) e si spingono fino a giustificare un Vaillant (poverino, era orfano; poverino, non ha ucciso nessuno). Ma un Henry (ma un Bonnot), è inaccettabile. Ciò che gli storici non riescono a capire, loro non vogliono capirlo. Ecco perché talvolta finiscono con l’incontrarsi, frequentarsi, assomigliarsi.
C’è la paura della repressione, sicuro. In Spagna, dopo l’attentato di Santiago Salvador, il governo sospese tutti i diritti e le libertà civili, dichiarò per un anno la legge marziale a Barcellona ed attaccò in modo sistematico la stampa libertaria, i sindacati e le organizzazioni sovversive. In Francia, dopo l’ultima azione di Henry, la polizia arrestò moltissimi anarchici grazie anche a quelle leggi scellerate varate nel dicembre 1893 sulla scia dei primi attentati anarchici (e che nella sola notte di capodanno avevano portato a 2.000 perquisizioni e una cinquantina di arresti). Ciò ha facilitato il diffondersi della convinzione che gli atti individuali di rivolta favoriscano la repressione, fornendole un pretesto per scatenarsi, senza per altro aver ottenuto risultati rivoluzionari.
Ma come si fa a pensare di poter fare una rivoluzione senza provocare la repressione? Si crede che lo Stato rinuncerà volontariamente al proprio potere, che si estinguerà da sé, pieno di vergogna, perché fulminato dalla luce della Verità e della Giustizia? Si ritiene che la diffusione della Buona Novella convertirà chiunque la ascolti, senza che si debba mai fare ricorso alla forza? La repressione è una costante dello Stato, il quale per esercitarla non ha affatto bisogno di pretesti. Nemmeno l’inazione è in grado di far evitare la repressione, che risparmia solo chi manifesta un aperto ed entusiasta consenso a chi detiene il potere. Il potere, se non trova davanti a sé una forte opposizione, non diventa più clemente; al contrario, si incattivisce ulteriormente, diventando sempre più arrogante ed oppressivo. La storia dei regimi totalitari è lì a dimostrarlo. Del resto, anche i moti rivoluzionari scatenano la repressione, ma questo non ha mai impedito agli anarchici di sostenerli e di parteciparvi.
No, per quanto presente, il timore della repressione non spiega del tutto l’avversione che molti anarchici provano per Henry. Ciò che non tollerano in lui non è tanto il gesto che ha compiuto, né le sue immaginabili conseguenze, ma il pensiero con cui lo ha accompagnato. Se n’era bene accorto Giuseppe Ciancabilla, forse il primo vero teorico dell’anarchismo autonomo, il quale in un suo articolo commemorativo ebbe a scrivere che Henry si differenziava dagli altri anarchici baciati dalla ghigliottina perché fu quello che «lasciò traccia più profonda di pensiero e di azione, quello che maggiormente turbò le placide digestioni della borghesia, perché al suo atto di rivolta seppe unire la logica spietata e tremenda della sua giustificazione». Henry infatti «non è il poeta, il filosofo, il mistico, e a vent’anni non è più nemmeno un fanciullo, egli è il pensatore profondo, implacabile, irresistibile; egli non è l’uomo che parla al cuore, toccando in una vibrazione possente, ma non duratura, le fibre sentimentali dell’umanità; egli è l’uomo invece che parla alla ragione, nella sua logica che penetra, come lama di acciaio, fin nelle intime latebre del pensiero, e più non se ne diparte.
Egli è il più terribile fra tutti i giustizieri della società, perché non è il suo atto ch’egli lascia in eredità al popolo, non è la sua vita ch’egli affida all’avvenire con bravura motteggiatrice, ma è il monumento della sua requisitoria, della sua logica, della sua convinzione, del suo ragionamento terribilmente persuasivo ch’egli consegna alla nuova società perché ne ritragga l’insegnamento più proficuo nella sua lotta contro il vecchio mondo» (La Questione Sociale, n. 112, 20/5/1899).
Ed è proprio questa unione di ragione e passione, di pensiero ed azione, a rendere scandaloso questo giovane anarchico — capace di tenere testa e polemizzare con il noto e rispettato Malatesta, capace di fare del suo primo attentato un vero capolavoro di logica e prospettiva — anche agli occhi di molti anarchici rimasti letteralmente storditi dalle sue parole. Perché esse sono la voce della coscienza che batte sulla loro spalla e non li lascia dormire. Loro, che vorrebbero fare la rivoluzione ma senza correre troppi rischi. Loro, che vorrebbero sconfiggere i nemici ma senza versare una goccia di sangue. Loro, che vorrebbero distruggere lo Stato ma continuando ad incassare i suoi stipendi e le sue pensioni. Loro, che vorrebbero molto ma osano poco. È per mettere a tacere questa voce, così fastidiosamente potente in Henry, che hanno decretato che l’individuo è niente e la collettività è tutto. Che gli attentati anarchici nella Francia della fine dell’800 sono stati una epidemia, una parentesi, un errore di gioventù, a cui si è presto posto rimedio attraverso la pratica sindacale e l’azione collettiva di massa tramite i movimenti sociali.
Ed eccoli, questi anarchici che amano il mucchio perché è più facile confondersi al suo interno e tirare a campare, sostenere che l’azione individuale è riprovevole perché dà una cattiva reputazione all’Idea. Lo pensavano ad esempio i critici degli illegalisti noti come banditi tragici, i quali da un lato non potevano accettare che alcuni anarchici diventassero dei volgari rapinatori, dall’altro si adoperavano a spingere molti di loro ad arruolarsi come ubbidienti soldati nella prima guerra mondiale. E lo pensavano anche coloro (Rudolf Rocker e Augustin Souchy, secondo le parole dell’anarchico inglese Albert Meltzer) che rifiutarono di fornire la documentazione sugli attentati ad Hitler compiuti da anarchici, con la motivazione che simili fatti portano discredito ad un anarchismo bisognoso solo di lotte rivendicative popolari.
Eppure dovrebbe essere ovvio che non è l’azione diretta contro il potere a dare una pessima reputazione all’anarchismo, al contrario, è la collaborazione con il potere. Non sono gli anarchici che non aspettano l’inizio della rivoluzione prima di far saltare in aria i propri nemici (o di svaligiare banche) ad infangare la bandiera nera della rivolta. Sono gli anarchici che, pur di godere delle simpatie del popolo, si fanno interventisti e difendono la guerra, sono gli anarchici che entrano nel governo, sono gli anarchici che siedono in assemblea con le peggiori carogne recuperatrici, sono gli anarchici che di fronte ad un giornalista che accomuna Henry agli jihadisti non sputano addosso al giornalista, ma ad Henry… sono loro — ormai marci di tattiche politiche, putridi di necessità storiche, infettati da esigenze pratiche, con un contaconsensi al posto del cuore — sono loro i falsi compagni, i nemici mortali dell’anarchia, coloro che danno una cattiva reputazione al desiderio di farla finita con ogni forma di autorità.
Sono gli stessi anarchici che si indignano davanti ad Henry ma applaudono quando nella Breve estate dell’anarchia Hans Magnus Enzensberger ricorda che «Il Circolo della Caccia di Barcellona, dove si riunivano i magnati dell’industria, fu attaccato, a dispetto della più severa sorveglianza, a colpi di bombe a mano; parecchi imprenditori restarono gravemente feriti». Qual è la differenza sostanziale fra un caffé parigino del 1894 ed un circolo catalano del 1923? Perché colpire nel mucchio i clienti del primo è esecrabile, mentre colpire nel mucchio gli associati del secondo non lo è? Forse perché la prima azione fu compiuta da un singolo anarchico che scriveva su l’Endehors, mentre la seconda fu realizzata da un gruppo di anarchici che leggevano Solidaridad Obrera? Gli inservienti del riservato circolo catalano che rischiarono di finire al cimitero erano più «colpevoli» dei camerieri dello chic café parigino?
Ovviamente, no. Ma Henry, il terribile Henry, l’insopportabile Henry, questo anarchico che ha smentito tutti i comodi luoghi comuni sugli appassionati della chimica sovversiva, era solo, ha agito da solo, in base alla propria coscienza. Come può un semplice individuo arrivare a tanto? Deve essere un mostro! Prima di muoversi bisogna consultarsi con gli altri, avere la benedizione degli altri, godere della solidarietà degli altri. E di tanti altri, il più possibile; del gruppo, dell’assemblea, dell’organizzazione, della comunità, del proletariato, del popolo. Solo così si è legittimati, solo così non si è arroganti o autoreferenziali.
«È la massa che fa la storia, non l’individuo» è la lezione che tutti i rivoluzionari devono imparare a memoria e ripetere in coro. Per meglio assaporare il torpore del branco.  
 
 
«I socialisti non vogliono capire che la libertà dell’individuo è necessaria alla vera libertà del popolo»
 
No, non lo vogliono capire. Pensano che il singolo debba dissolversi all’interno della moltitudine, rinunciando alla propria unicità per assumere una comune identità. Perciò pretendono che i grandi cambiamenti storici siano tutti riconducibili soltanto all’attimo della loro manifestazione collettiva — quella che di certo li suggella, ma non li esaurisce affatto — senza dare alcuna importanza ai fatti individuali che li hanno anticipati, accompagnati ed influenzati. Come se fra rivolta individuale e rivoluzione sociale non esistesse un continuo e reciproco gioco di scambio, suggerimento e correzione, ma solo una incompatibile rivalità e distanza. E su quest’ultimo punto concordano del resto i più accaniti sostenitori dell’una come dell’altra parte, solipsisti o populisti che siano, trincerati nelle rispettive ideologie.
Che sciocco questo Émile Henry che non si precipitò a Carmaux a portare assistenza ai minatori in sciopero selvaggio ripetendo i loro slogan, e neanche si disinteressò di loro perché le rivendicazioni avanzate erano parziali, ma diede man forte alla loro lotta alla sua maniera: mettendo sul fuoco la sua marmite à renversement. Colpire i padroni, ecco cosa significava per lui stare dalla parte degli operai in lotta. Perché non solo gli individui fanno la storia, fanno anche le masse. La moltitudine non va a dormire rassegnata e passiva fino alla vigilia della rivoluzione, per svegliarsi all’indomani prode e combattiva. Essa può venire eccitata, sobillata, trascinata, anche educata e guidata se si vuole, nel bene come nel male, da individui. Questi individui senza le masse non sarebbero nulla? Può darsi, ma perché, le masse senza questi individui cosa sarebbero? A ben guardare, è stato proprio un individuo ad aver influenzato le masse e la storia, e ad essere stato nel contempo il principale diffusore della tara collettivista: Karl Marx.
Riprendendo le considerazioni di un vecchio socialista libertario: il pensiero reazionario avrà anche descritto la rivolta delle masse in termini di progressivo oblio di certe esigenze etiche da parte di un numero crescente di individui, ma senza considerare che ciò non sarebbe avvenuto senza la contemporanea degradazione dei valori più alti sotto la pressione del fatto, o di un complesso di fatti. Se un fatto materiale può far passare i valori in secondo piano, o farli dimenticare del tutto, allora il «numero» può ben assumere una importanza tanto soverchiante da diventare una sorta di valore, un principio più efficace di ogni altro, quasi un bene in sé. Ed è qui che si situa Marx, secondo cui la filosofia e la verità non vanno cercate singolarmente fuori dalle costrizioni di questo mondo, ma fanno parte di questo mondo e possono essere realizzate solo nella sfera della vita collettiva — a cui il pensiero deve subordinarsi. L’essere umano non può più andare alla ricerca di una lanterna con cui dipanare le tenebre che lo circondano e, una volta trovata, offrirla ai suoi simili di sventura. No, secondo Marx egli ha il dovere morale di non uscire dall’oscurità se non assieme ai suoi simili. Si pensa e si agisce solo se si pensa e si agisce con la massa e nell’interesse della massa. Si uscirà dalle tenebre tutti assieme o non si uscirà affatto. Un pensiero ed un’azione gratuiti non sono solo illusori: sono un tradimento.
La conclusione di una tale logica è scontata: l’individuo e la sua etica devono sparire per lasciar spazio alla massa e alla sua politica. Ciascuno di noi deve rinunciare a cercare ciò che è giusto, tutti quanti dobbiamo limitarci a fare assieme ciò che funziona. Considerata sotto un certo aspetto, infatti, l’idea marxista della «realizzazione integrale della filosofia» è fondata a sua volta sull’idea che, fino al momento in cui l’umanità non sia integralmente liberata, non ci saranno veramente degli individui, ma solo delle classi, delle forze, dei numeri.
A parte l’aspetto più ridicolo di una simile tesi — dove si può consultare direttamente questa Madame Massa per conoscerne il pensiero e l’interesse? — è evidente che qui siamo di fronte ad una comoda ed arguta giustificazione dell’immobilismo. Se prima di muoversi bisogna aspettare il «via!» generale, cosa succede se questo non arriva? E poi, chi dovrebbe darlo? Se la massa rimane sbuffante ma prona, lamentosa ma ubbidiente, arrabbiata ma inerte, cosa devono fare i rivoluzionari? Limitarsi alla giusta parola senza mai passare ai fatti, da qui all’eternità?
Il determinismo storico caro ai marxisti e ripreso dai loro scimmiottatori libertari, con la sua prescrizione obbligatoria di movimenti sociali (così caratteristica qui in Francia) che agiranno quando i tempi saranno maturi, da oltre un secolo contribuisce a spegnere lo spirito di rivolta mettendogli il guinzaglio del consenso preventivo. Vietato agire da soli è lo slogan preferito dei tribuni delle masse rivoluzionarie e dei loro porta-megafono. Se c’è una lotta sociale in corso, sarebbe una «provocazione»; se non c’è, sarebbe «avventurismo».
Non è un caso se il movimento operaio più potente ed organizzato d’Europa, quello tedesco, rimase pressoché immobile davanti ad Hitler, in attesa di un segnale collettivo che non arrivò mai dall’alto. Viceversa furono proprio i tanto disprezzati singoli individui quelli che insorsero e attaccarono il nazismo (ed uno di essi, Georg Elser, mancò la storia per soli 13 minuti). Il problema non è a quale feticcio collettivo affidare la propria e l’altrui liberazione — se alla massa, al popolo, al proletariato, alla moltitudine o alla plebe. Il problema è che ogni entità collettiva è una menzogna se nega la libertà individuale, la sua creatività, la sua iniziativa, la sua coscienza. I passi falsi non si impediscono con l’imposizione della disciplina e con l’irreggimentazione, si limitano con la diffusione dell’intelligenza e della consapevolezza attraverso un continuo dibattito orizzontale.
 
*
 
Apologia per Émile Henry. Poteva diventare un perfetto borghese, scelse di essere un anarchico. Poteva amministrare un salario, decise di scommettere sul furto. Poteva costruire opere pubbliche, preferì cercare di distruggerle.
Apologia per Émile Henry. A fianco del fratello maggiore Fortuné, creatore di comuni bucoliche, incarnò l’eterno dilemma dell’anarchismo: ricostruire o distruggere? E fu lui a scioglierlo — non si può fare la rivoluzione senza calpestare le aiuole.
Apologia per Émile Henry. Solidale con gli scioperanti di Carmaux, cercò di far saltare in aria la sede dei loro padroni. Solidale con le vittime della repressione, prese di mira i mandanti dei loro carnefici.
Apologia per Émile Henry. Prima di agire, non aspettò gli ordini di partito. Mentre agiva, non offrì in cambio la propria vita come riparazione. Dopo aver agito, non cercò la pietà della società. Non ne aveva bisogno, aveva con sé la propria coscienza.
Apologia per Émile Henry. Con l’odio nel cuore e la testa in fiamme, non portò il Vangelo della guerra sociale ma ne scatenò la folgore: i nemici vanno sterminati. Non è un’impresa impossibile, basta unire volontà e determinazione.
Apologia per Émile Henry. Lo potranno calunniare, dimenticare, insultare, mistificare, ma il suo gesto continuerà a sgusciare fuori dalla gogna per turbare il quieto vivere della borghesia, ma la sua parola continuerà ad evadere dalle biblioteche per schiantare il quieto sopravvivere dei rivoluzionari.
Émile Henry, la rivolta infine salvata dal fango del cielo, l’ipocrisia passata per le armi e per gli occhi, basterà questa eredità agli esseri umani contro la disperazione, con le loro belle mani di assassini uscite dalle tasche?
 
[introduzione di Coup pour coup, Ed. “L’Assoiffé”, Marsiglia, 2017]
 
***
 
«Tutti i mezzi vanno bene! Ma i più segreti sono i migliori!
Fuoco! Sangue! Veleno! Patto con la morte!»
Ecco quel che proponevano alcuni anarchici marsigliesi dalle colonne del loro giornale nel 1884.
È così che ci piace immaginare, oggi, l’idea intrinseca di queste edizioni. Non una prospettiva popolare di attesa ma una conflittualità permanente e necessaria.
Continuare a soffiare sulla brace, attizzare l’odio per questo mondo mercantile e mortifero e per il militantismo della rassegnazione, che ne è solo la falsa opposizione.
L’assoiffé non è un fine ma un mezzo che la contiene. Non una collezione di testi politici per addormentarsi serenamente la sera, ma alcuni strumenti di agitazione per incendiare la notte.
Divertiamoci, abbiamo una sola vita…
 
Editions L’Assoiffé
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